Arte e Tradizione

DAL GIAPPONE

BONSAI e BONSAI-DO

L'arte bonsai (chiamata “bonsai-do”, ossia via del bonsai) ebbe probabilmente origine in Cina dove già nel 200 d.C. venivano coltivati alberi e piante in vaso. Abituati ad associare i bonsai esclusivamente ai giapponesi sembra strano attribuire al popolo cinese l'inizio di quest'arte. Tutto ciò è spiegabile dalla bellezza del paesaggio cinese e dal gran numero di piante che vi nascono allo stato spontaneo; hanno quindi influenzato questo popolo in varie forme d'arte come la pittura, la poesia, la scultura, la musica, nonché nella creazione di stupendi giardini sin dal XVII-XI sec. a.C. Durante il VII-VIII sec. d.C. il Bonsai si diffuse in Oriente, introdotto dai monaci buddisti cinesi e in particolar modo in Giappone.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

BUNRAKU

Denominazione moderna del teatro giapponese dei burattini. Il nome antico, “Ningyo Joururi”, deriva dal titolo di un poema cavalleresco che veniva recitato dai “mekura hoshi” (cantastorie) del XV secolo. Il bunraku si sviluppò nel corso del XVI secolo per opera di alcune scuole di “katari te” (declamatori), che combinarono insieme il recitativo “Joururi” con l'accompagnamento dello “shamisen” (diffusosi da Okinawa proprio in quel periodo) e con lo spettacolo dei “ayatsuri ningyo” (burattini).

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

FENG SHUI

Il feng shui, metodo o arte cinese del vivere in armonia è vecchio di cinquemila anni. È un qualcosa che viene usato, in modo pressoché simile, da tutti i popoli antichi visto che le costruzioni rituali venivano orientate in un certo modo da egiziani, etruschi, romani, celti e pellerossa e che i nostri antenati consigliavano di dormire con la testa rivolta al nord se si voleva riposare bene. Quest'arte dà indicazioni per arredare, ma anche per vivere armoniosamente e attirare la fortuna, mettendo in relazione i 5 elementi e i principi yin yang che sono all'origine di tutto. La base del pensiero è questa: l'uomo è condizionato dagli influssi dell'ambiente che lo circonda, perché ci siano armonia e benessere l'energia che circola nell'universo, il ch’i, deve poter scorrere liberamente tra le pareti di casa come un "bambino sul triciclo". Se incontra qualche ostacolo, come mobili mal disposti, ecco che si blocca e succedono guai. Inoltre, bisogna disporre strategicamente alcuni oggetti ben precisi, come cristalli, ciotole con acqua.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

HAIKU

Lo haiku, la più piccola forma di poesia esistente, è scandito in tre versi di 5-7-5 sillabe. Essa affonda le sue radici nel passato lontano della cultura nipponica: originariamente significava “hokku” (prima strofa), di un componimento più lungo, in seguito acquistò sempre più importanza fino ad essere riconosciuto come un genere pienamente indipendente, venendo poi ribattezzato Haiku nell’Ottocento.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

HARA-KIRI o SEPPUKU

Il seppuku è un termine giapponese che indicava un rituale per il suicidio in uso tra i samurai. È meglio conosciuto nel linguaggio comune occidentale come hara-kiri, ma a volte in italiano viene volgarizzato come Karakiri, pronuncia errata dell'ideogramma hara. La traduzione letterale del termine hara-kiri è "taglio del ventre" e veniva eseguito, secondo un rituale rigidamente codificato, come espiazione di una colpa commessa o come mezzo per sfuggire ad una morte disonorevole per mano dei nemici. Un elemento fondamentale per la comprensione di questo rituale è il seguente: si riteneva che il ventre (hara) fosse la sede dell'anima e pertanto il significato simbolico era quello di mostrare agli astanti l'anima priva di colpe in tutta la sua purezza.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

IKEBANA

L'ikebana - che in giapponese designa la composizione floreale - è fondata su dei principi artistici noti al mondo intero. L'amore per la linea, caratteristico di tutte le forme di arte orientale, più che l'apprezzamento delle forme e dei colori, è l'aspetto saliente dell'arte floreale giapponese e la distingue da tutte le altre. Per la composizione lineare si utilizzano i rami più comuni; se i rami seguono una bella linea armoniosa, li si preferisce a un mazzo di fiori, quale che sia la loro bellezza per la loro forma o colore. L'accento posto sulla perfezione della linea non trova l'uguale se non nell'insegnamento della natura che può essere così riassunto: comprensione per la crescita naturale dei materiali utilizzati e amore della natura in ogni sua fase.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

KABUKI

Con il termine kabuki si indica una forma di teatro sorta in Giappone all'inizio del '600. Le origini leggendarie di questa forma teatrale risalgono ai primi anni del '600 e fanno riferimento a danze eseguite, sulle rive del fiume Kamo a Kyōto, da un gruppo di danzatrici sotto la guida di Izumo no Okuni. La parola Kabuki è formata da tre ideogrammi: ka (canto), bu (danza), ki (tecnica). All'inizio recitato solo da donne, in seguito alla proibizione per motivi di morale, interpretato solo da uomini anche per le parti femminili. Gli attori specializzati nei ruoli femminili sono chiamati onnagata.

Il Kabuki fin dai primi tempi del suo sviluppo, mantenne forti legami col teatro dei burattini, cioè il cosiddetto Jōruri (designato in seguito come Bunraku), infatti la struttura delle due forme espressive era analoga. Il Kabuki fu l'espressione teatrale favorita dei cosiddetti chōnin (abitante della città), cioè della emergente classe borghese cittadina che comprendeva commercianti, professionisti, artigiani. Quindi di fatto si tratta di una forma popolare, intendendo rivolta a uno strato ampio della popolazione. La novità di queste opere consisteva nella rappresentazione di fatti, solitamente drammatici, realmente accaduti. Anzi spesso tra l'accaduto e la rappresentazione trascorreva pochissimo tempo.

[tratto da Wikipedia]

KAKEMONO o KAKEGIKU

Il kakemono è un termine giapponese utilizzato per indicare l'arte (tipicamente orientale) di dipingere su rotoli di carta o seta che vengono appesi in senso verticale. Nel campo dell'oggettistica giapponese, il kakemono è un quadro tradizionale con poesia zen, dipinta a mano in calligrafia a pennello. La carta sul quale viene realizzato è di gelso su puro cotone nero oppure su carta nera. I temi poetici sono i più svariati e molto spesso sono eseguiti su richiesta.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

KIMONO

Un kimono è una cosa da indossare. In realtà, legato com'è alla cultura in cui è nato, quella giapponese, un kimono è anche un vero e proprio oggetto di design. Ed è anche l'oggetto che, secondo i giapponesi stessi, rappresenta meglio la giapponesità quintessenziale. Ovviamente, il kimono ha una lunga storia ed è cambiato nei secoli, com’è cambiato il modo di indossarlo. In occidente siamo abituati a concepire la moda come originalità di forme e taglio; il kimono è invece un indumento il cui design è più o meno fissato da secoli. Il valore di un kimono pregiato rispetto a un altro quindi non sta tanto nella forma quanto nelle rifiniture e nei materiali da un lato e nella decorazione della stoffa dall'altro.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

KOAN

Cos’è un koan? Questa stessa domanda è un koan, perché un koan non può ricevere una risposta o essere compreso dall’intelletto. Tuttavia, la gente continua a chiedere: “Cos’è un koan?”: è un’espressione diretta della nostra mente autentica e quindi un mezzo per risvegliarsi? Oppure, come ha detto qualcuno, è una forma dualistica di pratica, un gioco zen? Un koan è, letteralmente, la trascrizione di un “caso pubblico” avvenuto nel passato; oppure, come ha detto un maestro zen, “il luogo dove si trova la verità”.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

KYOGEN

Nel teatro classico giapponese, è usato per connotare tre cose distinte: l'intervallo, solitamente un monologo, tra la prima e la seconda parte di un dramma no; l'attore che del no recita tale intervallo; una forma teatrale assolutamente indipendente dal no, ma che va vista congiuntamente al no perché assieme a questo ha dato vita a un unico, complesso modello di teatro. Il kyogen del no, detto anche aikyogen (ai significa appunto intervallo), è una narrazione affidata all'attore omonimo, privo di maschera, e intesa essenzialmente a ricapitolare, a riassumere la trama di un no in una lingua più semplice, corrente e accessibile anche a un pubblico non molto colto.

Il kyogen è globalmente assimilabile alla commedia di costume, proponendo una critica sociale che si sostanzia in opere di volta in volta ironiche, satiriche, grottesche, tragicomiche, ma anche commoventi e poetiche. Sorto, come il no, nel sec. XIV dalla commistione delle diverse manifestazioni preteatriche, specialmente quelle del dengaku" e del "sarugaku", il kyogen segnava con il no il passaggio definitivo dal preteatro al teatro in senso proprio.

[tratto da www.neongenesis.it]

MANGA

Manga (man = casuale e ga = disegno) alla lettera significa immagini casuali o immagini senza nesso logico. In Giappone manga indica il fumetto in generale, mentre la regola è specificare l'origine dei fumetti, se stranieri o importati: quelli provenienti dall'Italia verrebbero ad esempio chiamati "Itaria no manga", letteralmente "manga italiani". In Italia tuttavia è ormai comune associare la parola manga ai fumetti di sola provenienza nipponica. Nel paese del Sol Levante i fumetti hanno un ruolo decisamente importante e sono considerati un mezzo espressivo non meno degno di libri o film.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

NO

Il nō è una forma di teatro sorta in Giappone nel XIV secolo che presuppone una cultura elevata per essere compreso, a differenza del kabuki che ne rappresenta la sua volgarizzazione. I testi del nō sono costruiti in modo da poter essere interpretati liberamente dallo spettatore, ciò è dovuto in parte alla peculiarità della lingua che presenta numerosi omofoni. È caratterizzato dalla lentezza, da una grazia spartana e dall'uso di maschere caratteristiche. Si evolse, insieme alla strettamente correlata farsa kyōgen, da varie forme d'arte popolari e aristocratiche, tra cui il “dengaku”, il “shirabyoshi” e il “gagaku”. A sua volta il nō influenzò successivamente altre forme d'arte teatrali come il kabuki e il butoh. Durante la restaurazione Meiji (1866-1869) il nō e il kyōgen vennero riconosciuti ufficialmente come due delle tre forme teatrali tradizionali.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

SADO

La cerimonia del tè, nella sua essenza, è l’espressione sintetica degli aspetti fondamentali della cultura giapponese. In quanto tale si è conservata nei secoli e nonostante l’inevitabile commercializzazione, avvenuta nell’immediato dopoguerra, è riuscita a preservare la sua simbologia al di là dell’innegabile aspetto folkloristico ad essa connesso. Essa è essenzialmente "il culto fondato sull’adorazione del bello tra i fatti sordidi dell’esistenza; è l’adorazione dell’imperfetto, in quanto è un vago tentativo di realizzare qualcosa di possibile in questa cosa impossibile che è la vita". Le connessioni del tè con il buddismo, soprattutto con lo zen, sono molteplici e non è un caso che siano stati i monaci i primi ad interessarsi attivamente a questa bevanda. Il tè con il suo tipico gusto lievemente amarognolo che rasserena e chiarifica, ben si adattava allo spirito austero della vita monastica.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

SAMURAI o BUSHI

La parola giapponese samurai deriva da un verbo, “saburau”, che significa servire o tenersi a lato e indica un guerriero del Giappone feudale. Un termine più appropriato sarebbe “bushi” (guerriero), che risale all'epoca Edo (1603-1867). Attualmente il termine viene usato per indicare la nobiltà guerriera. I samurai che non servivano un “daimyō” (signore) perché era morto o perché ne avevano perso il favore, erano chiamati “rōnin”. I samurai costituivano una classe colta, che oltre alle arti marziali, direttamente connesse con la loro professione, praticava arti zen come il sado e lo shodo. Col tempo, durante l'era Tokugawa o periodo Edo (1603-1867) persero gradualmente la loro funzione militare. Verso la fine i samurai erano essenzialmente burocrati dello “shōgun” (supremo capo militare) e la loro katana veniva usata soltanto per scopi cerimoniali. Con la riforma Meiji (tardo XIX secolo) la classe dei samurai fu abolita in favore di un esercito nazionale in stile occidentale. Ciò nonostante, il bushido, rigido codice d'onore dei samurai, è sopravvissuto ed è ancora, nella società giapponese odierna, un nucleo di principi morali e di comportamento che, nelle società occidentali, è costituito da principi etici di derivazione religiosa.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

SHAKUHACHI

Lo shakuhachi è un flauto diritto ricavato da un unico tronco di bambù. Viene costruito in varie dimensioni e intonazioni ma quella più comune ha una lunghezza di 54,5 cm. Il flauto è dotato di 5 fori (4 anteriori e 1 posteriore) privi di chiavi che producono la scala pentatonica tradizionale giapponese, ma anche note intermedie possono essere emesse tappando parzialmente i fori. La caratteristica principale dello strumento consiste in una linguetta affilata di osso o avorio che è inserita all'estremità superiore del suo corpo: è soffiando contro di essa che il suonatore fa entrare in vibrazione la colonna d'aria che produce il suono. Il meccanismo di emissione del suono è quindi molto simile a quello del flauto diritto occidentale (flauto dolce). Lo shakuhachi però non ha nessun canale d'aria; l'esecutore lo suona generando un flusso d'aria con le labbra serrate. In questo modo egli ha un controllo molto più diretto sul suono e può produrre ampie variazioni di timbro e di intonazione modificando la posizione delle labbra e l'inclinazione dello strumento.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

SHODO

L’arte della calligrafia (o bella scrittura) viene designata in giapponese con il termine shodo. Composto da due caratteri il termine significa: sho =  scrittura e do = via, cammino. Con l’eleganza del gesto si trasferisce l’inchiostro nero dal pennello alla carta bianca mostrando l’essenza del proprio pensiero; ogni tratto evidenzia il proprio stato d’animo e consente alla persona di esprimere se stessa attraverso i “kanji” e i caratteri “kana”. La calligrafia giapponese è una forma d’arte che è stata studiata per più di tremila anni. Una conoscenza dell’arte della calligrafia è un passo importante nella comprensione della cultura giapponese. La calligrafia non è soltanto un mero esercizio di bella scrittura ma è, piuttosto, una delle più antiche e importanti forme d’arte di tutto l’oriente. E’ una combinazione dell’abilità e dell’immaginazione della persona che ha studiato intensivamente le combinazioni possibili da ottenere usando solo linee.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

SUISEKI

Il termine suiseki indica delle piccole pietre, formatesi naturalmente, ammirate per la loro bellezza e per la capacità di evocare scene naturali od oggetti strettamente associati alla natura. Tra i tipi più popolari di suiseki (pronunciato come italiano ma con entrambe le "s" sorde come in "rosso") vi sono quelli che sembrano suggerire una lontana montagna, una cascata, una capanna dal tetto di paglia o un animale. Si crede che l'arte dei suiseki abbia avuto origine in Cina circa duemila anni fa; piccole pietre di gran bellezza naturale erano poste su stands che dovevano rappresentare isole e montagne leggendarie associate a credenze buddiste o taoiste.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

TATAMI

Il tatami è una pavimentazione composta da pannelli rettangolari affiancati, fatti con paglia di riso intrecciata e pressata. Può avere diversi spessori che mediamente raggiungono i 6 cm. I margini sono squadrati con estrema precisione e i due lati più lunghi sono orlati con una fettuccia larga di lino nero o cotone; quelli delle case nobiliari hanno, intessuti nella fettuccia, dei motivi ornamentali in bianco e nero. In Giappone i tatami ricoprono il pavimento della casa quindi l'accesso avviene solo lasciando le scarpe all'esterno delle mura domestiche. Camminare sul tatami a piedi scalzi è estremamente piacevole, esso cede silenziosamente sotto la pressione del passo e attutisce ogni rumore. In Giappone il tatami accompagna tutta la vita familiare: il sonno, i pasti, l'amore e anche la morte.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

UKIYO-E

“Vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sake, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua: questo, io chiamo ukiyo”. Scriveva nel 1662 Asai Ryoi i nei suoi “Racconti del mondo fluttuante” ed esprimeva così il gusto e i costumi imperanti nella nuova capitale governativa di Edo, divenuta poi Tokyo, che si stavano diffondendo nella società giapponese del tempo. Il termine “ukiyo”, di derivazione buddista, in epoca medievale indicava la condizione d’impermanenza generata dalla vita quotidiana coi suoi attaccamenti. Saggio era il non farsene prendere perché fonte di dolore costante: ukiyo indicava quindi lo yo”(il mondo) dellauki” (sofferenza).

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

YAKUZA

Un esercito di 90 mila uomini, presenti oltre che in Giappone, negli Usa (California e Hawaii), nell'America del Sud, in Europa, nelle Filippine, nel sud-est asiatico e in Australia (Queensland), con un giro d'affari annuo stimato in quasi 1.500 miliardi di yen, circa 12 miliardi di euro. Da secoli la yakuza domina il Sol Levante, graziata da un'impunità che ha permesso la sua crescita incontrollabile. La matrice di questo complesso di organizzazioni criminali, finanziarie e politiche risale al XV secolo, ai tempi delle caste feudali. Bande più o meno organizzate ("machi-yakko", servitori del popolo) nascono intorno al 1612 per contrastare l'arroganza dei samurai che, in quegli anni, seminano morte e paura. Sono ammantate da un alone di romanticismo alla Robin Hood e godono di un grosso consenso popolare. Tra loro si distinguono principalmente i “tekiya” e i “bakuto”.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]

YUZEN

Sotto questo nome si radunano una serie di tecniche, anzi di vere e proprie arti di decorazione della stoffa per kimono. Il nome deriva da Yuzensai Miyazaki, un famoso pittore di ventagli che si dice l'abbia inventato nel XVII secolo, in realtà è probabile che Miyazaki abbia raccolto e codificato tecniche che esistevano già nell'area di Kyoto e Kaga, dove visse e dove oggi sono i due principali centri di produzione. La tecnica yuzen richiede grande abilità, pazienza e anche gusto. Per dipingere completamente a mano un rotolo di stoffa destinato a un solo kimono un artista può impiegare anche due o tre mesi. Ma il risultato vale l'attesa: gli effetti di realismo e di delicatezza sono inarrivabili.

[tratto dal libro “105 modi per conoscere l’Oriente” di Stefano Bresciani]